Carlos Gamerro
Novelas

Il dito di Tamerlán


«I rapitori del signor Tamerlán hanno avanzato nuove richieste, signor Marroné».

Marroné, seduto di fronte alla scrivania, fece scivolare lo sguardo sulla levigata superficie cranica del ragioniere Govianus, che invece di guardare l’interlocutore preferiva seguire i vaghi gesti con cui le sue mani svogliate accompagnavano la conversazione. Govanius aveva preso possesso dell’imponente scrivania di metallo, simile a una cassaforte sdraiata, e dell’immenso impenetrabile caveau in cui si trovava, pochissime ore dopo che era stata diffusa e confermata la notizia del sequestro del signor Tamerlán da parte dell’organizzazione sovversiva peronista Montoneros, e da lì, negli ultimi sei mesi, aveva diretto tutte le trattative insieme alla famiglia del rapito, ma nonostante il tempo trascorso non sembrava essersi per niente ambientato. La stanza gli stava grande, la scrivania gli stava grande, persino la stilografica d’oro con le iniziali FT finemente incise sul cappuccio appariva troppo grande per le sue dita. Un nano, ecco cosa gli ricordava il ragioniere Govanius, un nano calvo e occhialuto che usurpa i domini di un gigante.

«E ora cosa chiedono? Altri soldi?»

«Magari, Marroné, magari. A volte rimpiango che in questo paese i sequestri non li faccia la mafia. Con loro, almeno, ci si può intendere, condividiamo determinati codici. Ma questa storia di migliorare le condizioni di lavoro dei nostri operai - sempre degli operai, fra parentesi, gli impiegati possono pure crepare, come se non penassimo anche noi -, ricevere con tutti i riguardi i delegati che il giorno prima abbiamo buttato fuori a calci, distribuire generi alimentari tra le baracche delle periferie… Ma per favore, non siamo più dei ragazzi! Sa cosa vogliono adesso? Sa qual è l’ultima trovata? Pretendono che mettiamo un busto di Eva Perón in tutti i nostri uffici, persino in questo. C’è niente di più ridicolo?».

Marroné si astenne dal rispondere, perché stava già calcolando a mente il numero di busti necessari a soddisfare il nuovo ordine. Ottavo piano: il Walhalla, la sala riunioni e altri due uffici; settimo piano: il corridoio e nove uffici...

«Anche gli ingressi?»

«Che ne so. Diciamo di sì, non si sa mai. Sono capaci di volerlo perfino nei bagni, così ci guarda anche pisciare. Le giuro, Marroné, sento di essere arrivato al limite. Prima il signor Fuchs, pace all’anima sua, ora il signor Tamerlán… Ma siamo l’unica azienda del paese con presidenti da rapire? Questi ragazzi dovrebbero seguire un sistema a rotazione, come quello delle colture… Si sono accaniti contro di noi, glielo dico io. E pensare che il nostro personale è argentino al cento per cento. Fuchs aveva da tempo preso la cittadinanza e il signor Tamerlán vive qui da quando aveva dieci anni. Le dico solo che è arrivato il 17 ottobre 1945… Ma questi giovani non sanno niente di storia. Insomma, basta che non gli salti in mente di bruciarci, come fanno con le imprese straniere…»

Era chiaro che il ragioniere Govianus aveva bisogno di sfogarsi, e Marroné ricordò all’istante il quarto dei “sei modi per piacere alla gente” elencati nel suo libro sacro, Come trattare gli altri e farseli amici di Dale Carnegie: “Cerca di essere un buon ascoltatore. Incoraggia gli altri a parlare di sé”.

«Ma la sua casa e la sua famiglia sono ben sorvegliate, no?»

«Sfortunatamente sì. Lei sa cosa vuol dire vivere con le guardie del corpo in soggiorno dalla sera alla mattina? Ce n’è uno che non tira mai lo sciacquone. A poco a poco ti invadono la casa. Ora si sono impadroniti del telecomando. Se lo può immaginare: I ragazzi di Greer, Agente speciale Pepper Anderson, Starsky e Hutch… Mi salvo solo quando c’è la partita. Mia moglie e io ci siamo dovuti comprare un secondo televisore per la camera da letto. E nessuno si azzarda più a suonare alla porta. L’altro giorno hanno minacciato con la pistola il ragazzo che porta l’acqua minerale e l’hanno costretto a bere un bicchiere da ogni sifone. Caso mai avessero voluto avvelenarmi, hanno spiegato poi. Il rutto si è sentito fino a Burzaco. Ma in confronto a quelli del signor Tamerlán, i miei sono problemi da nulla. Il tempo stringe, signor Marroné. Sono passati già sei mesi. I rapitori stanno perdendo la pazienza. Guardi».

Govianus gli porse una scatoletta rettangolare di acciaio inossidabile, di quelle che si usano per metterci le siringhe e sterilizzarle, con un sottile velo di brina sulla superficie. Marroné la prese in mano. Era gelata, come se l’avessero appena tolta dal freezer.

«La apra, la apra».

Marroné ci provò, ma gli scivolavano le dita sul ghiaccio e il coperchio non si staccava. Alla fine ci riuscì infilando l’unghia sotto il bordo e forzando. Non appena vide il contenuto, lanciò un urlo e buttò tutto per aria.

«È un dito! Un dito!»

«Certo che è un dito, Marroné! È il dito del signor Tamerlán! Ringrazi il cielo che il proprietario non è presente a vedere come lo tratta. Be’, non stia lì a bocca aperta. Mi aiuti a cercarlo, d’accordo?»

Dovettero cacciarsi tra cavi elettrici e telefonici, gambe e rotelle di sedie, per recuperare tutte e due le parti della scatoletta e il suo contenuto. Marroné ebbe la sfortuna di trovare il dito. Era livido, chiazzato di giallo e di grigio, e l’unghia, benché avesse avuto una minuziosa manicure – quasi l’avessero preparata espressamente per il suo gran giorno, pensò con orrore Marroné – aveva qualcosa di minaccioso, come quegli amuleti fatti con una zampa di animale. Angosciato, si guardò intorno cercando qualcosa con cui prenderlo, e quando gli parve che Govianus non vedesse, lo raccolse usando un pezzo di carta straccia del cestino. Attraverso il foglio sentì il gelo della carne morta che gli correva lungo la colonna vertebrale come fosse uno xilofono. Sistemò il dito con cura nell’ovatta e posò la scatola sopra la scrivania. Una domanda perspicace gli passò fugacemente per la testa.

«Siamo sicuri che si tratti del dito del signor Tamerlán?»

«La perizia della polizia ha dato esito positivo, ma in questo paese, non c’è bisogno che me lo dica lei, non è affatto una garanzia. Comunque oserei dire che nella nostra azienda conosciamo tutti molto bene quel dito. Mi corregga se sbaglio, signor Marroné».

Govianus aveva chinato appena la testa, abbassandosi gli occhiali sul naso, e il suo sguardo nudo lo sfidava a dissentire da sopra il riparo della montatura. Non sbagliava, è chiaro. Fino a quel momento Marroné non si era del tutto reso conto del livello di brutalità o fanatismo degli uomini che avevano di fronte. Mozzare l’indice al signor Tamerlán era come tagliare i capelli a Sansone, il naso a Cleopatra, la lingua a Caruso o le gambe a Pelé; come dare un calcio nei denti a Perón o castrare Casanova. Quegli uomini erano capaci di tutto! Per loro non c’era niente di sacro! Ovviamente conoscevano il profondo significato che il dito di Tamerlán aveva per tutti gli impiegati, e con quella mutilazione puntavano dritto al nucleo più intimo del suo essere. Nell’azienda non c’era segreto meglio custodito, eppure lo avevano scoperto. Era noto che i sovversivi si erano infiltrati nel governo, nelle organizzazioni sindacali e persino nell’esercito. Perché loro avrebbero dovuto fare eccezione? Sono ovunque, pensò Marroné con un brivido; in realtà non sai mai con chi stai parlando. Mentre Govianus rispondeva a una telefonata, Marroné tornò a contemplare, con un misto di rivalsa e tenerezza, unito a inevitabili riflessioni sulla caducità di tutte le cose umane, quella roba che giaceva inerte nel suo sarcofago di acciaio, e per un istante i suoi occhi si riempirono di lacrime. Era senz’altro lo stesso; come aveva potuto dubitarne. Ricordava il giorno esatto in cui l’aveva conosciuto, insieme al suo proprietario, fra vari motivi perché ad allora risaliva l’inizio dell’ostinata stitichezza che lo affliggeva: il giorno in cui aveva avuto il suo colloquio di lavoro con il signor Tamerlán in persona e gli era stato offerto il posto di responsabile del reparto acquisti che ancora oggi ricopriva. Quell’incontro gli aveva cambiato la vita, era penetrato a fondo dentro di lui.

Traduzione di: Ilide Carmignani, Marcella Solinas

BCLT Summer School, July 2-8 2006